Così gli strumenti prepagati possono diventare il trait d'union tra banche, retail e consumatori - Pagamenti Digitali

Così gli strumenti prepagati possono diventare il trait d’union tra banche, retail e consumatori

Domenico Aliperto

In che modo sta evolvendo l’offerta degli strumenti prepagati all’interno di un contesto globale che vede le transazioni digitali come fulcro dell’omnicanalità, dei servizi erogati in ambito IoT (si pensi soprattutto alla smart city) e dei pagamenti P2P? Un ampio spettro di soluzioni e proposte è stato presentato in occasione del Prepaid Summit, l’evento organizzato a Milano da Cards International a cui hanno partecipato colossi del settore finanziario come Visa (Title sponsor della convention) e Barclays, ma anche aziende tecnologiche e startup che stanno diventando sempre più rilevanti in un mondo in cui successo commerciale è sinonimo di user experience.

Tuxedo Money Solutions, per esempio, ha dato vita a Liveload, una piattaforma di pagamento multicanale che abbatte due delle principali barriere all’ingresso dei sistemi prepagati: la necessità, per attivarli, di caricare il credito e il controllo non sempre affidabile della spesa in tempo reale. «Liveload consente la convergenza di diverse soluzioni e linee di credito, attraverso cui è possibile trasferire fondi alla carta prepagata da Paypal, credit e debit card, mobile wallet e conti correnti bancari, offrendo all’utente la facoltà di consultare in qualsiasi istante il credito residuo», ha spiegato David Monty, CTO di Tuxedo.

Neil Bowen e Monica Carlesso di Barclaycard hanno invece raccontato le premesse e gli obiettivi del progetto bPay, che in UK ha messo a fattor comune la praticità delle carte prepagate con quella dei wearable (nella fattispecie un portachiavi, un braccialetto e un adesivo da applicare allo smartphone) per dare vita a un nuovo modo di effettuare pagamenti contactless rapidi e sicuri. «Il valore medio delle transazioni è di 5,61 sterline, più della metà dei sottoscrittori del servizio lo usano un paio di volte a settimana con una spesa media di 50 sterline al mese. Analizziamo gli insight generati dai dati relativi alle interazioni per rendere la piattaforma sempre più efficiente», ha spiegato Carlesso. Mentre Bowen ha sottolineato il modo in cui sta cambiando il ruolo di Barclaycard, che se intende intercettare l’evoluzione delle abitudini dei consumatori deve offrire device che non siano semplicemente utili, ma anche alla moda. «Sono cinque i fattori di cui stiamo tenendo conto per preparare la prossima generazione di wearable per i pagamenti: possibilità di personalizzazione, forma accattivante, semplicità d’uso, velocità (specialmente nei posti affollati, come per esempio in metropolitana), pluralità di funzioni». A questo scopo Barclaycard ha già attivato una serie di collaborazioni con brand del fashion, dell’orologeria e degli accessori come Lyle & Scott, Case Station, Garmin e Mondaine. «Il futuro? Stiamo già pensando a come integrare chip flessibili e capi di abbigliamento», ha garantito Bowen.

Si tratta di una serie di strumenti e tecnologie che andranno comunque aggiornati continuamente e inseriti in un contesto in costante evoluzione. Qualche fotogramma di questo scenario in corsa è stato scattato da Bernardo Nicoletti di Transigma, Gaetano Giannetto di Epipoli e Nicolò Romani di SIA. «Oggi non si sente parlare d’altro che di Fintech, specialmente in Cina, ma è una parola d’ordine che molto probabilmente tra meno di sette anni avrà perso gran parte del suo appeal», ha esordito Nicoletti. «L’evoluzione nei modelli di business delle istituzioni finanziarie genera un cambiamento anche dei ruoli all’interno della filiera: chi sarà il consumatore e chi il provider dei servizi quando si affaccerà la prossima rivoluzione? Lo strumento che cambierà il mondo del prepaid è vicino, e si chiama blockchain».

Giannetto guarda al presente, e punta con la sua azienda punta a trasformare le gift card in tool polivalenti non solo per il pagamento, ma per tutte le fasi del customer journey, dall’ingaggio all’utilizzo dei coupon, passando per le strategie di gamification. «Oggi creare valore aggiunto significa offrire piattaforme e oggetti fruibili immediatamente. Per questo occorre far convergere i sistemi dei merchant e quelli bancari in modo da formare dei marketplace omnicanale, che uniscano il mondo fisico a quello digitale, diventando il fulcro del trust per il consumatore finale».

SIA, che in realtà non opera nel mondo del prepaid, sta lavorando su un altro fronte per creare il valore aggiunto di cui parla Giannetto. «Dopo l’ingresso di Google e degli altri OTT nell’arena dei pagamenti, le piattaforme transattive si sono trasformate in un elemento fondamentale per ingaggiare il cliente, ma con le nuove regole comunitarie sulle interchange fee gli introiti generati dalla filiera diminuiscono drasticamente», ha detto Romani. «La soluzione Jiffy che propone SIA ha proprio lo scopo di aiutare le banche a reagire, a proteggere il proprio ruolo nel settore e a competere con i nuovi entranti sfruttando i vantaggi offerti dal sistema di real time o instant payment. Entro fine anno avremo superato i quattro milioni di utenti e all’inizio del 2017 rilasceremo la prima applicazione dedicata ai pagamenti verso la PA», ha concluso Romani.

Ecrm Group – che come Epipoli si occupa di gift card e digital couponing – si è presentato alla conferenza con un’interessante ricerca svolta in Italia, Svizzera, Germania, UK e Francia per comprendere qual è il valore percepito dai clienti quando si parla di programmi di loyalty in ambito retail. La possibilità di ricevere sconti sulla spesa rimane ancora il premio preferito ovunque, anche se in Italia si apprezzano ancora moltissimo i premi fisici (34%), mentre le gift card piacciono solo a un consumatore su cinque. Ma le cose sono destinate a cambiare secondo Andrea Verri, fondatore e CEO del gruppo. «Il governo ha dato la possibilità di convertire i premi aziendali in voucher prepagati, che fino a 258 euro sono esentasse, non hanno limiti di categoria merceologica e danno anzi accesso anche a servizi di welfare. Con la nostra tecnologia siamo in grado di realizzare un prodotto a norma di legge, sicuro, dai tempi di setup rapidi e soprattutto semplice da usare all’interno di una qualsiasi delle settanta insegne con cui collaboriamo».

Gli strumenti prepagati si stanno rivelando efficaci anche nel sostenere la transizione di organizzazioni tradizionali verso i nuovi modelli di business abilitati dal digitale. Nella Penisola il caso principe è quello di Poste Italiane, che anche grazie a Postepay sta sviluppando proposizioni che ampliano il raggio d’azione del gruppo on e off line. Walter Pinci, responsabile dei Sistemi di Pagamento BancoPosta, ha spiegato che in qualità di identity provider nella cornice di SPID, l’azienda può offrire ai propri clienti accesso ai servizi della PA. «Il sito diventa in questo modo un archivio digitale per tener conto di tutti i pagamenti effettuati», ha detto Pinci. «Stiamo inoltre lavorando con le istituzioni per creare un sistema di notifica per lo scadenziario dei versamenti. Il tema dei pagamenti va di pari passo con quello dell’identità digitale ed è per questo che i nostri sforzi sono indirizzati a renderlo un fenomeno di massa». Pinci ha infine sottolineato che entro fine anno sarà commercializzata la versione business di Postepay, dedicata a quei merchant che vogliono attivare un POS pur non avendo bisogno di aprire un vero conto corrente bancario.

Spostandoci Oltremanica, invece, lo use case che ha conquistato la ribalta del Prepaid Summit è stato quello presentato da Peter Cox, Executive Chairman di Contis, società che è riuscita a raccogliere 156 credit union banks (il corrispettivo anglosassone delle nostre banche di credito cooperativo) intorno a Engage, uno strumento finanziario prepagato che funziona sul circuito Visa e che racchiude in un unico brand (e soprattutto su un’unica piattaforma) funzionalità di real time payment, mobile wallet e meccanismi di cashback con retailer convenzionati. «In pochi mesi abbiamo già attivato 120 mila account, dei quali il 57% costituito da persone che non avevano accesso ad alcun servizio finanziario», ha spiegato Cox. «Le credit union banks che hanno aderito al progetto hanno aumentato del 12% i propri clienti e adesso sono riunite sotto un brand nazionale».