L’Eurozona dispone di una delle principali valute internazionali e di una banca centrale comune, mentre l’Unione europea ha un mercato nel quale beni, servizi, capitali e persone possono circolare liberamente. Eppure, quando si passa dalla moneta al modo concreto in cui questa viene utilizzata quotidianamente, l’integrazione europea appare molto meno completa.
Secondo un rapporto della BCE pubblicato nel febbraio 2025, nel 2023 nell’Unione europea sono stati effettuati circa 70 miliardi di pagamenti con carta, pari al 54% del numero complessivo delle transazioni diverse dal contante. Nel 2022, i circuiti internazionali rappresentavano circa il 61% dei pagamenti con carta nell’area euro. Nel marzo 2026, nella sua strategia complessiva sui pagamenti, la BCE ha inoltre rilevato che oltre due terzi delle transazioni con carta nell’area euro sono governate da regole commerciali stabilite da società non europee.
Non siamo quindi di fronte a un settore marginale. Parliamo dell’infrastruttura attraverso cui passa una quota rilevante dei pagamenti quotidiani nell’economia europea.
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L’Europa ha circuiti di carte nazionali, ma non un circuito europeo
Affermare che in Europa non esistano circuiti di carte propri sarebbe inesatto. Diversi Paesi hanno sviluppato soluzioni nazionali: PagoBANCOMAT in Italia, Cartes Bancaires in Francia e girocard in Germania ne sono alcuni esempi.
Il problema è la frammentazione. Nello stesso rapporto di febbraio 2025, la BCE individuava nove circuiti nazionali attivi nell’Unione europea, ciascuno operativo principalmente nel proprio mercato domestico, mentre tredici Paesi dell’area euro dipendevano interamente dai circuiti internazionali per i pagamenti con carta. Per rendere utilizzabile la stessa carta al di fuori del mercato domestico, gli emittenti possono affiancare al circuito nazionale un circuito internazionale mediante co-badging: le transazioni estere vengono così eseguite sul circuito internazionale, mentre quello nazionale resta limitato al proprio mercato.
È una situazione singolare per un’unione monetaria: un cittadino può utilizzare la stessa moneta a Roma, Parigi o Berlino, ma non esiste ancora un circuito di carte europeo con una copertura equiparabile a quella di Visa o Mastercard che gli permetta di pagare indifferentemente in tutta l’area euro.
Non soltanto Visa e Mastercard
La dipendenza europea diventa ancora più evidente quando allarghiamo l’analisi oltre le carte.
È utile distinguere i diversi livelli. Visa e Mastercard sono circuiti di carte, cioè reti che stabiliscono regole e standard attraverso cui banche ed esercenti possono completare le transazioni. Apple Pay e Google Pay sono invece principalmente wallet digitali, che permettono di avviare tramite smartphone un pagamento utilizzando uno strumento registrato nel wallet, generalmente una carta, senza sostituire il circuito sottostante.
PayPal opera invece come piattaforma digitale e prestatore di servizi di pagamento, con un proprio ecosistema attraverso cui è possibile effettuare e ricevere pagamenti.
Sono modelli differenti, ma presentano un elemento comune: alcune delle soluzioni più diffuse sono controllate da gruppi non europei. In un intervento del maggio 2025, Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha sottolineato che, oltre alla dipendenza dai circuiti internazionali, applicazioni e soluzioni di pagamento elettronico sono dominate da operatori stranieri come PayPal e Apple Pay.
Questo significa che una transazione apparentemente interna al solo mercato europeo può coinvolgere numerosi livelli extraeuropei: un consumatore italiano può utilizzare euro depositati presso una banca italiana per acquistare da un’impresa europea, ma effettuare il pagamento attraverso un wallet statunitense collegato a una carta che utilizza un circuito anch’esso statunitense.
La digitalizzazione dei pagamenti rende questa dipendenza più importante
Finché il contante rappresentava la modalità dominante di pagamento, il problema aveva una portata differente. Una banconota da 20 euro costituisce moneta della banca centrale direttamente accessibile al pubblico e può passare da un cittadino a un altro senza che la transazione debba essere autorizzata o processata da un circuito privato. Con la digitalizzazione dei pagamenti questa relazione cambia: un pagamento effettuato tramite carta o applicazione richiede l’intervento di intermediari e infrastrutture digitali che avviano, autorizzano e processano la transazione.
In un intervento del marzo 2025, Philip Lane, membro del Comitato esecutivo della BCE, ha osservato che i pagamenti tramite applicazioni mobili, in un mercato dominato da società tecnologiche non europee come Apple Pay, Google Pay e PayPal, rappresentavano ormai quasi un decimo delle transazioni retail e registravano tassi di crescita annuali a doppia cifra.
Quanto più i pagamenti si spostano dal contante verso strumenti digitali, tanto più assume rilievo chi controlla l’infrastruttura necessaria per eseguirli. La dipendenza da operatori extraeuropei diventa quindi una questione di autonomia strategica nel settore dei pagamenti, con implicazioni anche per la sovranità monetaria.
Non è una battaglia contro gli operatori americani
Sarebbe sbagliato trasformare questa riflessione in una critica a Visa, Mastercard, PayPal, Apple o Google. Queste imprese hanno svolto un ruolo importante nello sviluppo e nella diffusione di strumenti di pagamento elettronico sicuri e semplici da utilizzare. Il problema non è la loro presenza, ma l’assenza di un’alternativa europea comparabile.
Una dipendenza di questo tipo può avere conseguenze economiche. I grandi circuiti stabiliscono standard tecnici e condizioni operative e applicano commissioni che incidono sul costo complessivo sostenuto dagli esercenti. Secondo uno studio della Commissione europea, tra il 2018 e il 2022 la commissione media netta pagata dagli esercenti nell’Unione europea è passata dallo 0,27% allo 0,44% del valore della transazione, aumentando di circa il 63%. L’incremento si è verificato nonostante i tetti regolamentari alle commissioni interbancarie, che non coprono altre componenti del costo, come le commissioni di circuito.
Perché l’infrastruttura di base dovrebbe essere pubblica
Esiste, infine, una ragione più profonda per preferire una soluzione pubblica. La moneta non è un normale prodotto commerciale, ma costituisce una delle infrastrutture fondamentali attraverso cui funziona un’economia. Occorre tuttavia distinguere tra le diverse forme in cui l’euro circola.
Il contante costituisce moneta pubblica: le banconote sono emesse dall’Eurosistema, mentre le monete metalliche sono emesse dagli Stati dell’area euro, entro i volumi approvati dalla BCE. Banconote e monete hanno corso legale e, in linea di principio e salvo le eccezioni previste, devono essere accettate al loro valore nominale.
Un deposito bancario costituisce invece moneta bancaria privata e rappresenta un credito del depositante verso la banca, ossia una somma che la banca è tenuta a restituirgli. Poiché il deposito è un credito, la possibilità di recuperare il denaro dipende, almeno in linea teorica, dalla capacità della banca di adempiere ai propri obblighi. Nella pratica, questo rischio è fortemente limitato dalla vigilanza bancaria e dai sistemi di garanzia, che nell’Unione europea proteggono i depositi ammissibili fino a 100.000 euro per depositante e per banca.
Carte e bonifici non sono forme di moneta, ma strumenti o operazioni attraverso cui viene normalmente trasferita moneta bancaria per effettuare un pagamento. I wallet digitali sono invece applicazioni che possono consentire l’accesso a un conto o a una carta oppure, in alcuni casi, contenere moneta elettronica. Diversamente dal contante, non esiste un obbligo generale di accettare uno specifico strumento di pagamento elettronico; quando tale strumento viene accettato, tuttavia, il pagamento è valido ed estingue regolarmente l’obbligazione.
Se la progressiva digitalizzazione dovesse ridurre ulteriormente il ruolo del contante, fino a renderlo in futuro marginale, l’accesso diretto dei cittadini alla moneta pubblica dipenderebbe sempre più dalla disponibilità di un’infrastruttura digitale. In questa prospettiva diventa difficile giustificare che un cittadino debba necessariamente pagare una commissione semplicemente per poter utilizzare la propria moneta. Finché esiste il contante, almeno una modalità di pagamento in moneta pubblica può essere utilizzata direttamente, senza che ogni singola transazione debba generare una remunerazione per un intermediario. In un’economia completamente digitalizzata, invece, affidare l’intera infrastruttura a soggetti privati significherebbe trasformare l’esercizio quotidiano di una funzione monetaria essenziale in una fonte permanente di rendita privata.
Una modalità digitale, universale e pubblicamente accessibile
Per l’European Youth Think Tank, i servizi aggiuntivi possono legittimamente essere offerti a pagamento e rappresentare un terreno di concorrenza per banche, fintech e altri operatori. Diverso è il livello essenziale: la possibilità di trasferire moneta pubblica tra cittadini e imprese dovrebbe essere garantita come un servizio di base, a costo nullo o estremamente contenuto per l’utente.
Da questo punto di vista, un’infrastruttura pubblica europea dei pagamenti non rappresenterebbe soltanto uno strumento di autonomia strategica. Sarebbe anche il naturale complemento della sovranità monetaria: se l’Europa intende preservare l’accesso dei cittadini alla moneta pubblica, dovrebbe esistere anche una modalità digitale, universale e pubblicamente accessibile per utilizzarla.
Qualora questa soluzione non fosse politicamente o tecnicamente realizzabile, sarebbe comunque preferibile disporre almeno di un grande circuito privato paneuropeo con sede, governance e capacità tecnologica nell’Unione. Non rappresenterebbe, dal nostro punto di vista, la soluzione ottimale, ma ridurrebbe almeno la dipendenza strutturale da operatori extraeuropei.
Questa prospettiva consente di valutare il ruolo di iniziative come EPI e Wero e, soprattutto, del progetto dell’euro digitale, che potrebbero aprire una nuova fase per il sistema europeo dei pagamenti.
Wero: un primo tentativo di cambiare scala
L’assenza di un grande sistema paneuropeo non significa che il mercato sia rimasto immobile. La European Payments Initiative (EPI), sostenuta da banche e operatori finanziari europei, sta sviluppando Wero, una soluzione di pagamento basata sui trasferimenti istantanei account-to-account. Inizialmente introdotta per i pagamenti tra persone, Wero è stata successivamente estesa al commercio elettronico in Germania, mentre l’estensione ad altri mercati e ai pagamenti nei punti vendita è ancora in corso.

Il progetto ha già raggiunto una dimensione significativa. Dopo il lancio in Belgio, Francia e Germania, nel giugno 2026 Wero contava, secondo EPI, oltre 56 milioni di utenti. Nello stesso periodo era in corso l’estensione al Lussemburgo e ai Paesi Bassi. Nel giugno 2026 anche Erste Bank Österreich e il gruppo Raiffeisen hanno annunciato la propria adesione a EPI e il sostegno alla futura diffusione di Wero in Austria.
È un esperimento particolarmente interessante perché dimostra che una soluzione europea può essere costruita senza replicare necessariamente il tradizionale modello dei circuiti di carte. La tecnologia consente ormai di immaginare differenti architetture per trasferire denaro tra conti, consumatori ed esercenti.
In ogni caso, Wero rimane un’iniziativa privata e non rappresenta ancora una soluzione universale disponibile nell’intera area euro. È quindi parte della risposta, non necessariamente il punto di arrivo.
L’euro digitale può cambiare il quadro
La seconda grande trasformazione potrebbe arrivare dall’euro digitale. Il progetto della Banca Centrale Europea viene talvolta presentato semplicemente come la versione elettronica delle banconote. Le sue implicazioni per il sistema dei pagamenti sono però molto più profonde.
Secondo il progetto illustrato dalla BCE, l’euro digitale sarebbe una forma elettronica di moneta della banca centrale, direttamente accessibile a cittadini e imprese e distinta dai depositi bancari in quanto avente corso legale. Sarebbe disponibile anche offline e, in quanto moneta pubblica, rappresenterebbe un’alternativa ai mezzi di pagamento digitali privati. L’obiettivo dichiarato è creare un’opzione europea basata su tecnologia e infrastrutture europee.
Il progetto sta inoltre entrando in una fase più concreta. Nel luglio 2026 la BCE ha selezionato 36 prestatori di servizi di pagamento per partecipare a un progetto pilota di dodici mesi, il cui avvio è previsto nella seconda metà del 2027. Il progetto utilizzerà una versione sperimentale dell’euro digitale, priva di corso legale, e non anticiperà la decisione sulla sua effettiva emissione.
Se il necessario quadro legislativo sarà adottato, l’Eurosistema punta a essere tecnicamente pronto per una possibile prima emissione nel 2029.
Commissioni e valore generato dai pagamenti
Esiste poi una questione economica spesso trascurata. Naturalmente, ogni sistema di pagamento genera valore, ma presenta anche costi reali: sicurezza, manutenzione tecnologica, prevenzione delle frodi e sviluppo delle infrastrutture devono essere finanziati. Non proponiamo quindi l’idea irrealistica di un sistema privo di costi. La questione è piuttosto chi debba beneficiare economicamente della gestione dell’infrastruttura fondamentale.
Se un’infrastruttura pubblica europea potesse offrire i servizi essenziali a costi contenuti, una parte delle risorse oggi destinate a remunerare circuiti e infrastrutture non europee potrebbe essere risparmiata o rimanere all’interno del sistema europeo. Gli operatori privati continuerebbero a essere remunerati per i servizi aggiuntivi che offrono, mentre l’infrastruttura di base risponderebbe principalmente a una logica di interesse collettivo.
In questo senso, la separazione tra un’infrastruttura comune di base e i servizi a valore aggiunto potrebbe favorire la concorrenza, permettendo a nuovi operatori di entrare nel mercato senza dover costruire autonomamente una rete continentale.
Pagamenti, fiscalità e tutela della privacy
La sovranità dei pagamenti presenta inoltre una dimensione fiscale. La progressiva digitalizzazione delle transazioni, insieme alla fatturazione elettronica e ai nuovi sistemi europei di rendicontazione digitale, può fornire alle autorità fiscali informazioni più tempestive e dettagliate, rendendo più efficace il contrasto all’evasione e alle frodi. Gli obblighi di trasmissione dei dati sui pagamenti transfrontalieri imposti ai prestatori di servizi di pagamento possono inoltre contribuire al contrasto delle frodi IVA nel commercio elettronico.
Questa dimensione fiscale va distinta dal trattamento dei dati nell’euro digitale: il progetto non prevede che la BCE osservi gli acquisti dei cittadini. Al contrario, sono previste specifiche tutele della privacy. Secondo il disegno attualmente illustrato dalla BCE, nei pagamenti offline i dati personali della transazione sarebbero conosciuti soltanto dal pagatore e dal beneficiario e non sarebbero condivisi con i prestatori di servizi di pagamento o con l’Eurosistema.
La sfida consiste quindi nel combinare due esigenze apparentemente opposte: aumentare la capacità delle autorità competenti di contrastare attività illegali e, contemporaneamente, evitare una concentrazione ingiustificata delle informazioni sui comportamenti individuali.
Dalla moneta unica a un’infrastruttura comune
Per l’European Youth Think Tank, la soluzione preferibile rimane quindi la creazione di un’infrastruttura pubblica europea dei pagamenti, costruita intorno alla moneta pubblica e capace di operare nell’intera area euro. Questo significherebbe introdurre un’opzione oggi non disponibile su scala paneuropea: consentire a ogni cittadino europeo di effettuare pagamenti digitali in tutta l’area euro attraverso un’infrastruttura europea, senza essere necessariamente dipendente da operatori extraeuropei.
Se una soluzione pubblica completa non fosse realizzabile, la nascita di grandi operatori privati paneuropei rappresenterebbe comunque un progresso. Ma la prima opzione rimane, a nostro avviso, quella più coerente con la natura della moneta pubblica: una base pubblica comune, governata da istituzioni europee, sulla quale il settore privato possa competere e innovare.
L’Europa ha impiegato decenni per costruire una moneta comune. La trasformazione digitale pone ora una nuova domanda: può esistere una piena sovranità monetaria se non esiste anche una sufficiente sovranità sulle infrastrutture che permettono a quella moneta di circolare?
La risposta dell’European Youth Think Tank è che le due dimensioni stanno diventando inseparabili. L’euro digitale offre oggi l’occasione per completare l’architettura della moneta unica: non soltanto una moneta europea, ma anche un’infrastruttura europea attraverso cui utilizzarla nell’era digitale.




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