Carte di pagamento, smartphone, intelligenza artificiale applicata agli acquisti e perfino robot domestici non appartengono più a una prospettiva lontana. La ricerca “Shaping the new era of payments, now. Italiani e tecnologie emergenti tra familiarità e fiducia”, presentata al Mastercard Innovation Forum 2026, descrive un’Italia che ha già incorporato molte tecnologie nei gesti di tutti i giorni. Il punto non è più capire se l’innovazione entrerà nella vita quotidiana, ma con quali regole, con quali garanzie e con quali soggetti a presidiare la fiducia.
Il quadro emerso dall’indagine tiene insieme familiarità e cautela. Da una parte gli italiani usano strumenti digitali con naturalezza crescente; dall’altra chiedono protezione, trasparenza e possibilità di intervento, soprattutto quando il processo decisionale viene affidato a sistemi autonomi. È su questo equilibrio che si gioca oggi la trasformazione dei pagamenti e, più in generale, del rapporto tra persone, dati e macchine intelligenti.
Mastercard, nel presentare i risultati della ricerca, colloca qui il proprio ruolo: non solo come circuito globale dei pagamenti, ma come soggetto che punta a rendere compatibili velocità dell’innovazione e affidabilità delle infrastrutture.
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Le carte restano centrali, lo smartphone accelera
Il primo dato riguarda i pagamenti. Le carte si confermano lo strumento più conosciuto e più usato: il 93,5% degli italiani le conosce e il 78,1% le utilizza. È un indicatore importante perché segnala quanto la digitalizzazione dei pagamenti abbia già superato la fase dell’adozione iniziale. Le carte sono ormai un’infrastruttura ordinaria della spesa quotidiana.
Accanto alle carte cresce il ruolo dello smartphone. Oggi viene usato come mezzo di pagamento dal 42% degli italiani, ma il dato più interessante riguarda la prospettiva di sviluppo: il 65% lo indica come uno degli strumenti con maggiore potenziale di crescita nei prossimi tre anni. Il telefono, insomma, non è più soltanto il dispositivo che accompagna l’acquisto; sta diventando il punto di accesso principale all’esperienza di pagamento.
Più periferico resta invece l’uso abituale di wearable e criptovalute, entrambe sotto soglie ancora contenute. I dispositivi indossabili non raggiungono il 9%, mentre le criptovalute restano sotto il 6%. La fotografia suggerisce che la trasformazione digitale procede per consolidamenti successivi: prima le tecnologie che semplificano comportamenti già acquisiti, poi quelle che chiedono un salto più marcato nelle abitudini o nella fiducia.
L’intelligenza artificiale è già entrata negli acquisti
La ricerca segnala un altro passaggio decisivo: l’intelligenza artificiale non viene più percepita come un supporto marginale, ma come una componente concreta dell’esperienza di consumo. Nove italiani su dieci hanno utilizzato strumenti AI negli ultimi sei mesi e il 70% li ha impiegati a supporto degli acquisti, per cercare prodotti, confrontare alternative o orientare la decisione finale.
Il dato cambia la prospettiva sul rapporto tra consumatore e tecnologia. Fino a poco tempo fa l’AI era osservata soprattutto come tecnologia specialistica. Oggi entra in una funzione molto più ampia: selezionare informazioni, ridurre il tempo di ricerca, personalizzare i suggerimenti. In pratica, agisce su uno dei nodi più affollati del commercio contemporaneo, cioè l’eccesso di scelta.
Le applicazioni più diffuse confermano questa traiettoria. L’AI conversazionale a supporto della scelta in negozio o online raggiunge il 69% tra chi conosce questi strumenti. L’assistente post-acquisto arriva al 68%. I sistemi di raccomandazione personalizzata sono al 65,3%, mentre il virtual try-on per l’abbigliamento si colloca al 59,4%. Sono percentuali che mostrano una disponibilità crescente verso forme diverse di interazione con l’AI, non solo nella fase iniziale della ricerca ma lungo tutto il percorso di acquisto.
Dagli assistenti agli agenti AI: l’idea di delegare cresce, ma con limiti
Il passaggio più rilevante riguarda gli agenti AI. Qui l’intelligenza artificiale non si limita a suggerire o a rispondere: riceve un obiettivo, organizza i passaggi necessari, valuta opzioni e, nelle versioni più avanzate, può arrivare a completare l’acquisto in autonomia. È il terreno del cosiddetto commercio agentico, una delle frontiere più osservate da operatori finanziari, piattaforme e aziende tecnologiche.
Gli italiani mostrano curiosità, ma non una disponibilità senza condizioni. Le motivazioni principali che spingono a sperimentare un agente AI negli acquisti sono il vantaggio economico, cioè la possibilità di trovare offerte o prezzi migliori, indicata dal 22,9%, il risparmio di tempo, al 15,8%, e la curiosità verso la tecnologia, al 15,1%.
Le categorie in cui la delega appare più accettabile sono quelle caratterizzate da ripetitività, importi relativamente prevedibili e basso coinvolgimento emotivo. In testa ci sono gli abbonamenti a servizi ricorrenti, con il 48,6%, seguiti dalla spesa alimentare ricorrente, al 45,4%, e dagli acquisti culturali, come libri e biglietti per eventi, al 45%. Il messaggio è chiaro: gli italiani sono più inclini a delegare quando l’acquisto è standardizzabile e quando l’errore, se avviene, viene percepito come contenibile.
Questa apertura, però, non coincide con una cessione piena del controllo. Il 42,2% preferirebbe ricevere suggerimenti mantenendo piena libertà di intervento. Un altro 25,5% accetterebbe acquisti autonomi solo entro limiti prestabiliti. Anche sulle soglie economiche prevale la prudenza: il 31,5% si dichiara disponibile ad autorizzare operazioni fino a 50 euro. La logica non è quella della delega totale, ma di una delega sorvegliata.
Robot sì, ma solo dove servono davvero
Il rapporto tra apertura e cautela emerge anche sul fronte della robotica. Il 31,2% degli italiani si dice già propenso all’acquisto di un robot AI per uso domestico, mentre il 42,5% resta incerto. A frenare non è una chiusura pregiudiziale verso la tecnologia, ma una valutazione concreta di prezzo, utilità e affidabilità.
Gli ambiti con maggiore consenso sono quelli in cui il beneficio pratico è immediato. Sicurezza e sorveglianza raccolgono il 38,7%, le pulizie domestiche il 35,5%, la logistica urbana e le consegne il 34,5%. Quando invece la macchina si avvicina a sfere più personali o relazionali, il favore cala sensibilmente. La ristorazione si ferma al 16,8%, l’educazione dei bambini al 13,2%.
Anche qui il criterio dominante è il pragmatismo. Gli italiani sembrano accettare più facilmente il robot come estensione funzionale di attività ripetitive, faticose o organizzative. Molto meno come sostituto in ambiti che coinvolgono relazione, cura, fiducia personale o dimensione educativa.
La vera questione è la fiducia
Il dato più politico e industriale della ricerca riguarda la fiducia. È questo il fattore che decide la velocità dell’adozione. Non basta che una tecnologia sia disponibile o persino utile; deve anche apparire governabile, sicura e reversibile.
Nel commercio agentico il 45,2% degli italiani ritiene ancora che i rischi superino i benefici. Il 57,8% si definisce curioso ma esitante e preferisce osservare l’evoluzione del fenomeno prima di adottarlo. La disponibilità c’è, ma procede insieme alla richiesta di tutele molto concrete.
Le aspettative, in caso di errore dell’agente AI, sono nette: possibilità di bloccare l’ordine prima della consegna, rimborso rapido, strumenti di protezione immediati. Non si tratta di dettagli accessori. Sono le condizioni minime perché l’utente accetti di affidare a un sistema automatico una parte del proprio potere decisionale.
Lo stesso vale per le stablecoin, citate nella ricerca come un altro dei campi in cui prevale la necessità di capire meglio il funzionamento e di poter contare su interlocutori affidabili. Nel rapporto con le nuove forme di moneta digitale, come in quello con robot e agenti AI, la domanda di fondo resta la stessa: chi garantisce, chi risponde, chi protegge.
Banche e circuiti restano il punto di appoggio
Uno degli elementi più significativi dell’indagine riguarda il ruolo degli intermediari tradizionali. Quasi sei italiani su dieci continuano a vedere nelle banche il riferimento più sicuro. Inoltre, per il 44,9% degli intervistati, la presenza di una banca come fornitore del servizio aumenterebbe la fiducia verso gli agenti AI.
Il dato segnala che la transizione digitale non cancella automaticamente i soggetti storici del sistema finanziario. Al contrario, ne ridefinisce la funzione. Banche, circuiti di pagamento e operatori finanziari vengono percepiti come i soggetti chiamati a rendere praticabile il cambiamento, soprattutto nel momento in cui entrano in gioco identità digitale, protezione dei dati, autorizzazioni di spesa e gestione del rischio.

In questo passaggio Mastercard prova a posizionarsi come attore infrastrutturale della nuova fase. Luca Corti, country manager Italia di Mastercard, ha sintetizzato il punto durante il forum: la trasformazione digitale, ha detto, è entrata nella vita quotidiana con una rapidità senza precedenti e al tempo stesso ha alzato le aspettative di semplicità, sicurezza e controllo. La linea indicata dall’azienda è quella di un’innovazione che non chieda agli utenti di scegliere tra comodità e fiducia.
Il futuro dei pagamenti si decide sull’equilibrio tra automazione e controllo
La ricerca presentata al Mastercard Innovation Forum 2026 racconta un’Italia più pronta di quanto spesso si immagini. Le tecnologie emergenti non vengono più osservate da lontano: entrano negli acquisti, nell’organizzazione domestica, nella gestione del denaro e nelle decisioni di spesa. Il tratto dominante non è l’entusiasmo acritico, ma un’adozione selettiva, guidata dall’utilità.
È qui che si misura la fase che si apre. Pagamenti digitali, AI e robotica avanzano dove riducono attrito, tempo e complessità. Rallentano quando toccano autonomia decisionale, responsabilità economica e sfera personale. Per questo la partita non riguarda solo la qualità della tecnologia, ma la qualità delle regole, delle protezioni e delle istituzioni che la accompagnano.
La disponibilità degli italiani a sperimentare un agente AI negli acquisti, soprattutto per servizi ricorrenti e spese prevedibili, indica che il cambiamento è già cominciato. La sua estensione dipenderà dalla capacità di rendere l’automazione comprensibile, revocabile e sicura. Chi governa le infrastrutture dei pagamenti parte da un vantaggio preciso: non deve convincere le persone che il futuro esiste, ma dimostrare che può funzionare senza chiedere loro di rinunciare al controllo.
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