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Commissioni su Pos e micropagamenti: cosa cambia



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Banche, circuiti e associazioni degli esercenti hanno firmato al Mef un nuovo protocollo per ridurre il peso delle commissioni sui pagamenti elettronici sotto i 30 euro, con focus particolare sulle spese fino a 10 euro. L’intesa durerà due anni, amplia la platea delle imprese coinvolte, ma non impone sconti obbligatori né tariffe fissate per legge

Pubblicato il 17 giu 2026



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Il nuovo tentativo di alleggerire il costo dei pagamenti elettronici per negozi, bar, ristoranti e piccoli professionisti passa da un protocollo firmato il 15 giugno 2026 al Ministero dell’Economia. L’hanno sottoscritto Abi, Apsp, Assofin, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti e Fipe. Il testo punta a rendere più competitive e più confrontabili le offerte per l’accettazione dei pagamenti con carta, soprattutto quando l’importo non supera i 30 euro e, ancora di più, quando resta sotto i 10 euro. Il nodo è noto da anni: sui micropagamenti, anche una commissione di pochi centesimi può pesare molto sul margine di un esercente.

Il punto decisivo, però, è un altro: non si tratta di un taglio imposto per legge. Il protocollo non fissa prezzi massimi, non obbliga banche e operatori ad aderire a una tariffa unica e non introduce sconti automatici per tutti. È un’intesa volontaria, con durata di due anni, che invita i prestatori di servizi di pagamento a presentare offerte promozionali e a esporle in modo più chiaro. Per questo il beneficio per gli esercenti dipenderà dai contratti che verranno davvero messi sul mercato e dalla facilità con cui potranno essere confrontati.

Che cosa prevede il protocollo firmato al Mef

Nel comunicato congiunto diffuso il 15 giugno 2026, le parti spiegano che Abi, Apsp e Assofin inviteranno i rispettivi associati, cioè banche e soggetti che gestiscono i pagamenti con carta presso gli esercenti, a promuovere iniziative commerciali rivolte almeno alle attività con ricavi annui fino a 400 mila euro. L’obiettivo dichiarato è ridurre l’impatto dei costi sulle transazioni di basso valore, definite nel testo come quelle non superiori a 30 euro, con un’attenzione specifica alle operazioni fino a 10 euro. Le promozioni dovranno essere pubblicizzate per almeno 12 mesi e avere la stessa durata minima.

Il protocollo aggiunge poi un secondo livello. Invita infatti i prestatori di servizi di pagamento a prevedere almeno un’offerta commerciale anche per le imprese con fatturato fino ad almeno 750 mila euro. È una soglia più alta rispetto alla platea minima di 400 mila euro prevista per le iniziative promozionali. Questo allargamento conta, perché porta nell’area potenziale degli sconti e delle offerte comparabili una parte più ampia del commercio di prossimità e delle piccole imprese di servizi.

Un altro elemento centrale è la trasparenza. Le associazioni firmatarie si impegnano a promuovere schemi standard per rappresentare in modo sintetico le condizioni economiche delle offerte. In più, le offerte dovranno essere pubblicate con adeguata visibilità sui siti degli operatori e trasmesse anche al Cnel, in pdf e in formato elaborabile, insieme al link alla pagina dove sono consultabili. L’idea è ridurre una delle criticità più lamentate dagli esercenti: la difficoltà di capire quanto costa davvero un contratto pos tra canoni, commissioni variabili, costi fissi per transazione e condizioni valide solo per un periodo limitato.

Perché i pagamenti sotto i 10 euro restano il vero terreno di scontro

L’attenzione ai pagamenti fino a 10 euro non è casuale. È lì che la proporzione tra incasso e costo del servizio pesa di più. Un caffè, una colazione, un giornale, una piccola spesa in edicola o in ferramenta generano incassi bassi e margini spesso già compressi. Per molte attività il problema non è l’accettazione del pagamento elettronico in sé, che è ormai parte della routine commerciale, ma il rapporto tra importo incassato e costo del servizio. Per questo il protocollo insiste sui micropagamenti, la fascia dove la resistenza degli esercenti è stata più forte.

La questione si trascina almeno dal 2023, quando il Mef aveva aperto un tavolo tecnico per contenere i costi delle transazioni elettroniche. Da quel confronto era nato un primo protocollo, firmato il 27 luglio 2023, sempre con l’obiettivo di mitigare i costi di accettazione degli strumenti di pagamento elettronici. L’intesa del 2026 si muove sulla stessa linea, ma prova a rafforzare due punti: una maggiore durata delle iniziative promozionali e un perimetro più ampio per le imprese che possono trovare offerte dedicate. (Fonte: Ministero dell’Economia e delle Finanze)

Che cosa non cambia per consumatori ed esercenti

Per i clienti non cambia nulla nel diritto di pagare con carta, bancomat o altri strumenti elettronici. La legge italiana prevede che i soggetti obbligati accettino pagamenti elettronici di qualsiasi importo. L’articolo 15 del Dl 179 del 2012, nella versione vigente, stabilisce che dal 30 giugno 2022, in caso di rifiuto di un pagamento elettronico, si applica una sanzione di 30 euro aumentata del 4 per cento del valore della transazione rifiutata. Non esiste quindi una soglia minima sotto la quale il negoziante possa rifiutare il pos senza conseguenze.

Neppure per gli esercenti, almeno nell’immediato, c’è uno sconto automatico. Il protocollo non è una norma di legge e non impone riduzioni generalizzate. Le banche e gli altri operatori restano liberi di formulare le proprie offerte, entro un quadro che punta a favorire concorrenza e confrontabilità. È questo il motivo per cui il comunicato sottolinea il parere favorevole dell’Antitrust: il testo non introduce un listino concordato tra operatori, ma un invito a rendere più leggibili e più competitive le proposte commerciali.

La soglia dei 400 mila euro e il nodo del credito d’imposta

Il riferimento ai 400 mila euro richiama una misura già esistente. L’Agenzia delle Entrate ricorda che il credito d’imposta sulle commissioni dei pagamenti elettronici spetta a imprenditori e lavoratori autonomi che, nell’anno d’imposta precedente, hanno conseguito ricavi o compensi non superiori a 400 mila euro. Questa agevolazione resta quindi allineata alla fascia minima indicata anche nel protocollo del 2026. Non copre però le imprese che superano quella soglia, mentre il nuovo accordo prova almeno a portare offerte dedicate fino a 750 mila euro di fatturato. (Fonte: Agenzia delle Entrate)

Qui si vede anche il limite della strategia scelta finora. Da una parte c’è l’incentivo fiscale, che alleggerisce una quota dei costi ma riguarda una platea precisa. Dall’altra c’è l’accordo volontario, che non stanzia risorse pubbliche aggiuntive e non impone una riduzione per tutti. Il risultato è un sistema a più livelli:

  • obbligo di accettare il pagamento elettronico per qualsiasi importo;
  • credito d’imposta per chi resta entro i 400 mila euro;
  • offerte promozionali e schemi di trasparenza da verificare caso per caso sul mercato.

Dove si misurerà l’efficacia dell’intesa

La vera prova non è la firma del protocollo, ma la sua attuazione. Il testo prevede che le offerte siano pubblicate con adeguata visibilità sui siti degli aderenti e trasmesse al Cnel, proprio per facilitarne la consultazione. Se la comparabilità promessa funzionerà, un esercente potrà valutare con meno opacità il costo effettivo di un contratto e decidere se cambiare operatore. Se invece le offerte resteranno frammentate, temporanee o difficili da confrontare, l’effetto pratico rischia di essere modesto.

C’è poi un tema di copertura del mercato. Il protocollo “invita” gli operatori, non li obbliga. Questo significa che la qualità e la diffusione delle promozioni potranno variare molto. Un bar con incassi medi bassi potrebbe trovare un’offerta conveniente per i pagamenti da 2 o 3 euro, mentre un’altra attività simile, in un diverso istituto o con un diverso volume di transato, potrebbe non ottenere condizioni paragonabili. Il punto è tutto qui: il testo apre uno spazio, ma non garantisce il risultato finale.

Un accordo che alleggerisce il problema, ma non lo chiude

Il nuovo protocollo segna un passo concreto su un tema che pesa soprattutto sul commercio minuto. Mette nero su bianco due impegni utili: più offerte per i micropagamenti e più chiarezza nel modo in cui vengono presentate. Allarga inoltre il perimetro potenziale fino a 750 mila euro di fatturato, superando la soglia che finora coincideva quasi sempre con i 400 mila euro del credito d’imposta.

Resta però intatto il dato politico ed economico più rilevante. L’Italia continua a chiedere agli esercenti di accettare il pos per qualsiasi importo, con sanzioni in caso di rifiuto, ma affida la riduzione dei costi soprattutto a incentivi fiscali limitati e a intese non vincolanti. Finché il risparmio promesso non si tradurrà in offerte semplici, stabili e realmente accessibili, la tensione sui pagamenti da pochi euro resterà nei negozi, più che nei comunicati.

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