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Bitcoin, è allarme sicurezza

Alessandro Longo

Bankitalia ha aperto un’indagine sul Bitcoin, sospettandolo di essere un potenziale mezzo per il riciclaggio del denaro sporco e il finanziamento del terrorismo. Così si legge nel recente Rapporto 2013 dell’Unità di Informazione finanziaria per l’Italia, presso Bankitalia. Il motivo dell’allarme è che la criptomoneta permette scambi finanziari anonimi: “Le operazioni in Bitcoin, pur registrate in appositi database consultabili in rete, non consentono di identificare i soggetti intervenuti nelle transazioni, facilitando così lo scambio di fondi in forma anonima e l’utilizzo di tale strumento di pagamento nel contesto dell’economia illegale”. Bankitalia scrive di avere già ricevuto “alcune segnalazioni di operazioni sospette con riguardo ad anomale compravendite di Bitcoin, realizzate per mezzo di carte di pagamento o in contante con controparti estere”.

Sulla stessa linea il procuratore generale di Roma, Luigi Ciampoli: “In caso di trasferimento di bitcoin non vi è garanzia di poter individuare l’identità reale delle persone coinvolte nelle operazioni e, in particolare, del nuovo proprietario, identificato da un codice numerico”. “Il sistema, dunque – dice Ciampoli –potrebbe anche comportare per la collettività nuove interessanti prospettive, la cui legittimità, però, sembra sollecitare adeguati interventi normativi che mettano al riparo gli operatori da forme di incertezza e scarsa visibilità, che troppo spesso non sono solo fenomeni di scarsa attenzione o trascuratezza, ma di sapiente orchestrazione criminale”. 

 

Serve una norma europea
“E’ vero, chi scambia Bitcoin appare sul registro (il blockchain) solo come un indirizzo alfanumerico, quindi di per sé anonimo”, spiega al nostro sito Massimiliano Sala, docente dell’università di Trento e tra i massimi esperti europei di criptomoneta. “Risalire all’identità corrispondente a quell’indirizzo è possibile, ma è molto complicato”, continua. “Il momento giusto è quando l’utente convertirà i Bitcoin in denaro normale, su un Exchange. Prima o poi deve farlo, per monetizzare. Le autorità possono scoprire dove è avvenuta una transazione con un certo indirizzo Bitcoin sospetto e costringere il relativo Exchange (mercato di scambio valuta) a rivelarne l’identità”. 
Problema: “ad oggi non ci sono normative che obblighino l’Exchange a collaborare come avviene con i provider internet o di posta elettronica”. “La prima cosa da fare per affrontare la questione è quindi regolamentare il Bitcoin. La Banca centrale europea potrebbe fare una normativa che obblighi i cittadini a scambiare gli euro solo con Exchange regolamentati, su cui le autorità nazionali hanno potere”. “In Europa il compito è facilitato perché l’Exchange più usato è Bitmap, che ha sede in Slovenia e quindi nella Comunità europea”. 

Certo, gli utenti che vogliono nascondere un traffico illecito useranno Exchange in Paesi che non rispondono alle richieste delle autorità. “Ma sarà comunque rischioso farlo, una volta regolamentato il Bitcoin. Potrebbe sempre succedere che le autorità ottengano la collaborazione di tali Exchange e così scoprire tutti i loro utenti”.
Le scappatoie restano numerose. Per esempio, i criminali potrebbero servirsi di utenti “muli”, reclutandoli su internet, per convertre i Bitcoin in denaro. Già lo fanno adesso con la normale valuta. Oppure potrebbero usare i Bitcoin per comprare beni o servizi illeciti su siti del darkweb, dove per le autorità è più difficile ottenere la collaborazione. 
“Sarà sempre possibile aggirare la normativa, con più o meno successo. Ma finché non ce n’è alcuna, sui Bitcoin, non avremo nemmeno cominciato ad affrontare il problema”, dice Sala.

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