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Una micro-imposta per l’economia digitale? Ripensare la tassazione attraverso le transazioni


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Una micro-imposta automatica sulle transazioni potrebbe alleggerire il peso di altre tasse? La proposta APT di Edgar L. Feige torna d’attualità con la crescita dei pagamenti digitali e il progetto dell’euro digitale. Il punto è capire se una base imponibile estesa possa ridurre aliquote, costi amministrativi e dipendenza da pochi operatori privati

Pubblicato il 1 ott 2026

Luigi Capoani

presidente dell’European Youth Think Tank (EYTT)

Enrico Carlo Volonterio

policy analyst dell’European Youth Think Tank



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Punti chiave

  • La digitalizzazione rende automatici i pagamenti e riapre la proposta di APT Tax di Edgar L. Feige: una micro-imposta sulle transazioni riscossa automaticamente.
  • Una base imponibile ampia permette aliquote più basse e minori costi amministrativi rispetto a imposte tradizionali (es. IVA), ma può generare distorsioni e cascading.
  • La dipendenza dalle infrastrutture solleva scelte distributive: proporre un circuito pubblico europeo e valutare l’uso dell’euro digitale per governare benefici e accesso.
Riassunto generato con AI


La digitalizzazione sta trasformando non soltanto il modo in cui utilizziamo la moneta, ma anche le infrastrutture attraverso cui essa circola. Una quota crescente dei pagamenti viene ormai processata e regolata elettronicamente, rendendo possibile automatizzare operazioni che in passato richiedevano procedure distinte.

Questo cambiamento riporta all’attenzione una proposta formulata oltre venticinque anni fa dall’economista Edgar L. Feige: applicare una micro-imposta alle transazioni e riscuoterla automaticamente attraverso il sistema dei pagamenti. Una soluzione non priva di criticità, ma che l’evoluzione tecnologica rende oggi più concreta e meritevole di essere nuovamente discussa.

Non esiste un sistema fiscale perfetto

Ogni sistema fiscale produce inevitabilmente degli effetti sul comportamento degli individui e delle imprese. Tassare il lavoro può modificare l’offerta di lavoro e il costo dell’occupazione; tassare i profitti influenza le decisioni di investimento; tassare i consumi modifica i prezzi finali e il potere d’acquisto.

Non esiste quindi un sistema fiscale completamente neutrale. La questione economicamente più interessante è un’altra: possono esistere sistemi fiscali relativamente più efficienti di altri, capaci di raccogliere lo stesso gettito generando minori distorsioni e minori costi amministrativi?

È da questa prospettiva che diventa interessante considerare anche la tassazione delle transazioni, accanto a quella del reddito, del lavoro e dei consumi. Una base imponibile estremamente ampia potrebbe infatti consentire, almeno teoricamente e a parità di gettito, di applicare aliquote molto più basse. Una parte del carico fiscale oggi concentrato sul lavoro, sulla produzione o sui consumi potrebbe così essere redistribuita su un numero enormemente maggiore di operazioni economiche.

L’intuizione di Edgar L. Feige

Una delle formulazioni più interessanti di questa idea è quella proposta dall’economista americano Edgar L. Feige con l’Automated Payment Transaction Tax (APT Tax).

Nel suo lavoro pubblicato nel 2000 su Economic Policy, Feige immaginava una trasformazione molto radicale del sistema tributario: sostituire numerose imposte tradizionali con un’unica aliquota proporzionale applicata alle transazioni e riscossa automaticamente nel momento in cui queste vengono regolate attraverso il sistema bancario e dei pagamenti. La proposta era concepita come neutrale rispetto al gettito complessivo, non come un’imposta aggiuntiva.

Nella sua formulazione più semplice, la base imponibile avrebbe compreso tutte le transazioni volontarie: non soltanto gli acquisti di beni e servizi, ma anche i trasferimenti tra soggetti e le operazioni relative ad attività finanziarie e patrimoniali. È proprio questa estensione a distinguere l’APT Tax da una comune imposta sui consumi o sulle sole transazioni finanziarie.

Il ragionamento economico sottostante rimane particolarmente interessante. Se la base imponibile è costituita da una parte molto ampia dei trasferimenti monetari effettuati nell’economia, per ottenere un determinato gettito non è necessario applicare aliquote elevate a un insieme relativamente ristretto di attività. Inoltre, secondo Feige, la riscossione automatica potrebbe ridurre gli obblighi dichiarativi e i costi amministrativi e di adempimento associati al sistema fiscale.

Feige stesso riconosceva, naturalmente, che anche una simile imposta avrebbe prodotto nuove distorsioni. Il punto non è quindi sostenere che l’APT Tax sia priva di costi, ma confrontare questi costi con quelli generati dal sistema che eventualmente andrebbe a sostituire. Ed è precisamente questo il punto che rende la proposta ancora oggi interessante.

Una proposta resa attuale dalla digitalizzazione

Quando Feige sviluppò la sua proposta, il sistema economico era tecnologicamente molto diverso da quello attuale. Una quota assai maggiore degli scambi avveniva in contanti e le infrastrutture digitali non avevano ancora raggiunto l’attuale capacità di elaborare automaticamente enormi quantità di pagamenti.

Oggi lo scenario è cambiato. Secondo la BCE, nella sola seconda metà del 2025 sono stati effettuati nell’area dell’euro 83,5 miliardi di pagamenti diversi dal contante, il 6,9% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Pagamenti elettronici, bonifici istantanei, smartphone e servizi di open banking permettono ormai di avviare ed elaborare automaticamente le transazioni e, nel caso dei pagamenti istantanei, anche di regolarle in pochi secondi.

In Europa questa evoluzione si accompagna inoltre al progetto dell’euro digitale, concepito dalla BCE come una forma digitale della moneta di banca centrale utilizzabile nei pagamenti quotidiani. Dopo la conclusione della fase preparatoria nell’ottobre 2025, l’Eurosistema ha avviato una nuova fase finalizzata a raggiungere la necessaria capacità tecnica. Nel luglio 2026 sono stati inoltre selezionati 36 prestatori di servizi di pagamento per partecipare a un progetto pilota che dovrebbe iniziare nella seconda metà del 2027 e durare dodici mesi.

La decisione definitiva sull’eventuale emissione dell’euro digitale non è stata però ancora assunta.

La tecnologia, dunque, non dimostra che la proposta di Feige sia necessariamente la soluzione fiscale migliore. Rende però molto più realistico discutere un sistema nel quale il prelievo possa avvenire automaticamente insieme alla transazione. La fattibilità tecnica, naturalmente, non elimina la necessità di valutarne le conseguenze economiche e istituzionali.

Dall’IVA a un’imposta sulle transazioni

Il confronto con l’IVA permette di comprendere la portata del cambiamento. L’IVA rappresenta uno strumento fiscale estremamente sofisticato: attraverso il meccanismo di applicazione e detrazione dell’imposta consente di tassare il valore aggiunto generato nelle diverse fasi della produzione e della distribuzione, trasferendo l’onere sul consumatore finale. In questo modo, almeno in linea di principio, l’imposta complessiva non dipende dal numero di passaggi attraversati dal bene prima della vendita finale.

Questa architettura comporta però fatturazione, contabilità, dichiarazioni, compensazioni e controlli. La digitalizzazione permette allora di porre una domanda diversa: se il pagamento viene già processato elettronicamente, perché il trasferimento di denaro non potrebbe diventare esso stesso la base imponibile e il momento nel quale viene riscosso il prelievo?

Non si tratta necessariamente di aggiungere una nuova imposta all’IVA e alle imposte esistenti. Sarebbe poco interessante. La questione più ambiziosa consiste nel verificare se una micro-imposta applicata a una base enormemente più ampia possa permettere di ridurre o sostituire alcune forme di imposizione esistenti, compresa, in prospettiva, una parte della tassazione indiretta.

Naturalmente occorre studiarne gli effetti. A differenza dell’IVA, una tassa applicata all’intero importo di ogni transazione potrebbe produrre fenomeni di cascading, colpendo più volte lo stesso valore lungo la filiera produttiva. Potrebbe inoltre incentivare imprese e individui a ridurre il numero delle transazioni, compensare tra loro debiti e crediti o ricorrere a modalità di pagamento non soggette al prelievo. Sono problemi reali, che devono essere confrontati con le distorsioni prodotte dalle imposte che il nuovo sistema intenderebbe sostituire.

Quando l’infrastruttura diventa indispensabile

La digitalizzazione introduce però una trasformazione ancora più profonda. Nel mondo del contante, la moneta e l’infrastruttura attraverso cui essa circola sono sostanzialmente separabili nel momento del pagamento. Una volta emessa e immessa in circolazione, una banconota può passare direttamente da una persona all’altra o essere portata fisicamente da un luogo a un altro, senza che un’infrastruttura debba registrare o autorizzare ogni singolo trasferimento.

Con la moneta utilizzata in forma digitale, il rapporto cambia. Il denaro digitale non viene semplicemente trasportato attraverso un circuito: il funzionamento dell’infrastruttura è una condizione necessaria affinché il trasferimento possa avvenire. Occorre infatti registrare l’operazione, verificarne l’autenticità, aggiornare i saldi e, quando il pagamento coinvolge intermediari diversi, regolare i relativi rapporti.

Più il contante perde centralità, quindi, più l’utilizzo quotidiano della moneta dipende dalle infrastrutture che ne rendono possibile la circolazione. Il circuito di pagamento non è più soltanto la “strada” sulla quale viaggia il denaro: diventa una componente essenziale della possibilità stessa di trasferirlo e utilizzarlo.

Non a caso, la stessa BCE sostiene oggi la necessità di preservare un’opzione pubblica per i pagamenti digitali e presenta l’euro digitale come uno strumento per mantenere accessibile la moneta di banca centrale anche quando una parte crescente delle transazioni si svolge online.

Se l’accesso alla moneta digitale dipende necessariamente da un’infrastruttura, diventano centrali anche la proprietà, il governo e il finanziamento di tale infrastruttura.

Chi beneficia dell’infrastruttura dei pagamenti?

Da questa trasformazione emerge infine una questione distributiva e istituzionale.

La gestione dei pagamenti digitali comporta costi legati allo sviluppo e al funzionamento delle infrastrutture, alla sicurezza, alla prevenzione delle frodi e alla fornitura dei servizi agli utenti. Questi costi vengono finanziati attraverso commissioni che remunerano banche, gestori dei circuiti e altri intermediari, anche quando non sono direttamente visibili al consumatore.

La dimensione economica del fenomeno è rilevante. In una relazione pubblicata nel gennaio 2025, la Corte dei conti europea ha stimato che, nel 2023, le commissioni complessivamente pagate dagli esercenti ai prestatori di servizi di pagamento per le transazioni con carta effettuate nell’Unione europea fossero comprese tra 5 e 6 miliardi di euro l’anno. Poiché tali costi vengono normalmente incorporati nei prezzi, secondo la Corte finiscono per ricadere, in ultima istanza, sui consumatori.

Se in futuro il contante scomparisse o diventasse marginale e non esistessero alternative effettive ai pagamenti digitali, si porrebbe però anche una questione etica: è corretto che l’utilizzo della moneta, una funzione essenziale e di interesse pubblico, richieda necessariamente il pagamento di una commissione a un operatore privato? La questione non riguarda dunque la necessità di remunerare l’infrastruttura, ma chi debba controllarla e beneficiare del valore economico generato dal suo utilizzo.

Un circuito pubblico europeo

Una possibile risposta consisterebbe nella creazione di un circuito pubblico europeo capace di sostituire, almeno per i pagamenti in euro effettuati all’interno dell’Unione, i circuiti privati oggi necessari a processare le transazioni. Nel modello qui ipotizzato, il servizio di pagamento di base sarebbe fornito dall’infrastruttura pubblica e non comporterebbe commissioni destinate ai gestori di circuiti privati. Alla transazione si applicherebbe soltanto l’APT Tax, riscossa automaticamente e destinata alla collettività.

La questione è particolarmente rilevante in Europa, dove la BCE riconosce esplicitamente che la dipendenza da pochi operatori non europei rappresenta un rischio e indica tra i propri obiettivi la costruzione di un sistema dei pagamenti più autonomo, resiliente e competitivo.

Questo scenario va distinto da una seconda possibilità. L’APT Tax potrebbe infatti essere introdotta anche senza modificare l’attuale architettura dei pagamenti, applicandola alle transazioni che continuerebbero a essere elaborate attraverso circuiti privati, come prevedeva originariamente Feige. In questo caso, tuttavia, il micro-prelievo pubblico si aggiungerebbe alle commissioni corrisposte agli operatori del sistema.

La sostituzione dei circuiti privati sarebbe più facilmente concepibile per i pagamenti interni all’Unione. Per le transazioni verso paesi terzi continuerebbero probabilmente a essere necessari circuiti e intermediari internazionali. La creazione di un’infrastruttura pubblica coordinata su scala globale richiederebbe accordi istituzionali molto più complessi e resta quindi fuori dall’ambito di questa proposta.

Una vecchia intuizione per un’economia nuova

A oltre venticinque anni dalla sua formulazione, l’aspetto più interessante della proposta di Feige potrebbe non essere la specifica architettura dell’APT Tax, ma il principio più generale che la sostiene: quando cambia radicalmente l’infrastruttura attraverso cui funziona l’economia, diventa possibile ripensare anche il modo in cui lo Stato raccoglie le proprie risorse.

Una micro-imposta automatica sulle transazioni non sarebbe priva di problemi. Potrebbe produrre effetti cumulativi lungo le filiere, modificare il comportamento di individui e imprese e incentivare il ricorso a forme di pagamento alternative. La possibilità tecnica di riscuoterla automaticamente, dunque, non ne dimostra da sola l’efficienza o l’equità. Non rappresenta una formula fiscale perfetta, ma nessun sistema fiscale lo è.

La domanda corretta è comparativa: se una parte crescente dell’economia passa attraverso infrastrutture digitali capaci di processare automaticamente miliardi di transazioni, ha ancora senso concentrare una quota così importante del prelievo fiscale su lavoro, reddito e consumo, oppure la transazione stessa può diventare una delle basi imponibili dell’economia digitale?

Il governo delle infrastrutture di pagamento

Nel contesto europeo, questa domanda si intreccia inoltre con quella relativa al governo delle infrastrutture di pagamento. Se tali infrastrutture diventano sempre più essenziali per la circolazione della moneta, occorre interrogarsi non soltanto sulla loro efficienza, ma anche su chi le controlla e su come vengono distribuiti i benefici economici prodotti dal loro utilizzo.

Feige formulò questa domanda quando i pagamenti digitali erano molto meno diffusi di oggi e le infrastrutture necessarie assai meno capillari. L’evoluzione tecnologica non offre una risposta definitiva, ma rende possibile valutare nuovamente la sua intuizione, anche come strumento destinato a integrare o sostituire parzialmente alcune forme di imposizione esistenti.

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