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Pmi e AI, la fiducia pesa più della tecnologia



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Nelle piccole e medie imprese italiane l’intelligenza artificiale avanza, ma non entra ancora nel cuore delle decisioni finanziarie. Secondo una ricerca di Qonto, quasi 8 imprenditori su 10 chiedono un referente umano. A fare la differenza non è l’età da sola: conta soprattutto la maturità dell’impresa

Pubblicato il 16 lug 2026



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L’intelligenza artificiale entra nei flussi operativi delle piccole e medie imprese italiane, ma si ferma ancora davanti alla soglia più delicata: le decisioni finanziarie. È qui che la trasformazione digitale incontra il suo limite principale. Non nella disponibilità degli strumenti, né soltanto nel ritardo culturale, ma nella fiducia. Secondo una ricerca diffusa da Qonto, il 78% degli imprenditori non delegherebbe all’AI decisioni finanziarie. Le ragioni si dividono tra mancanza di fiducia, indicata dal 36% del campione, e volontà di mantenere un controllo diretto, scelta dal 42,3%.

Lo stesso dato riappare quando si guarda ai servizi bancari. Per il 78% degli intervistati resta fondamentale poter contare su un referente umano. È un risultato che dice molto del rapporto tra pmi e innovazione finanziaria in Italia: la digitalizzazione viene accettata, usata e in molti casi apprezzata, ma non sostituisce ancora la relazione personale quando sono in gioco scelte che toccano liquidità, investimenti, pianificazione e rischio.

L’indagine è stata condotta su un campione di 1.000 tra pmi e lavoratori autonomi. Il quadro che ne emerge non racconta un Paese fermo, ma un ecosistema che si muove a velocità diverse. L’adozione dell’AI cresce, l’uso delle neobank si consolida in alcune fasce d’impresa, ma la vera linea di separazione non è soltanto anagrafica. Il fattore che pesa di più è la maturità aziendale.

La differenza la fa l’età dell’impresa

Il segmento che mostra la maggiore apertura verso strumenti digitali avanzati è quello delle aziende con 6-10 anni di attività. In questa fascia si concentrano il più alto livello di ottimismo a tre anni, con sei imprenditori su dieci che guardano al futuro con fiducia, la maggiore adozione dell’intelligenza artificiale, al 20%, e la più elevata propensione a delegare decisioni finanziarie all’AI, pari al 33%. Anche sul piano bancario il dato è netto: il 27% di queste imprese utilizza una neobank.

Le startup, al contrario, appaiono più prudenti. Tra le aziende con meno di due anni di vita, solo il 19,5% delegherebbe decisioni finanziarie all’intelligenza artificiale e il 43,4% dichiara esplicitamente di non fidarsi. Anche l’adozione di modelli bancari alternativi è più bassa: usa una neobank il 15% delle imprese più giovani.

Il dato è interessante perché smentisce una lettura troppo semplice dell’innovazione. Non basta essere appena nati per essere più aperti alla sperimentazione. Le aziende nei primi anni di attività convivono spesso con margini ridotti, assetti organizzativi ancora instabili, forte pressione sulla cassa e necessità di controllo ravvicinato. In queste condizioni, la prudenza verso strumenti percepiti come poco governabili diventa comprensibile.

Le imprese che hanno superato i primi anni critici, invece, sembrano avere più spazio per integrare nuovi modelli e per valutare l’innovazione come leva di efficienza, non come rischio aggiuntivo.

L’AI cresce, ma non convince fino in fondo

Nel complesso, quasi una pmi su due utilizza già strumenti di intelligenza artificiale. La quota si attesta al 45%, in linea con la media europea indicata nella ricerca. Di questi, il 14% usa l’AI in modo regolare e il 31% in modo occasionale. La diffusione quindi c’è, e non può più essere considerata marginale. L’AI è entrata nelle attività quotidiane di molte imprese, soprattutto per compiti legati alla produttività, alla gestione del tempo e al supporto operativo.

Chi la usa segnala infatti benefici concreti soprattutto sul piano del risparmio di tempo. È il vantaggio più facilmente percepibile e anche il più immediato da misurare nelle piccole organizzazioni, dove il carico amministrativo e gestionale pesa spesso direttamente su imprenditori e collaboratori. Ma l’adozione non coincide ancora con una piena fiducia nello strumento.

Il 42% di chi già utilizza l’AI afferma di non rilevare un impatto significativo nella propria operatività quotidiana. È un numero che aiuta a leggere meglio il fenomeno. L’intelligenza artificiale viene adottata, ma non sempre integrata in modo profondo nei processi. In molti casi resta una tecnologia di supporto, utile per alcune attività ma ancora lontana dal produrre un cambiamento sostanziale nell’organizzazione del lavoro o nella qualità delle decisioni.

La distanza emerge ancora di più tra chi non la usa. Il 38% del campione non prevede di adottare l’AI. Le resistenze principali riguardano la privacy e la sicurezza dei dati, indicate dal 30%, la scarsa fiducia nell’affidabilità degli strumenti, al 29%, e una limitata percezione del valore aggiunto, al 28%.

Non si tratta quindi di un rifiuto ideologico della tecnologia. Le obiezioni sono concrete e si concentrano su tre punti: protezione delle informazioni, affidabilità delle risposte, utilità reale.

Il fattore umano resta centrale nella finanza

Quando il tema diventa la gestione finanziaria, il bisogno di presidio umano si fa ancora più evidente. La finanza aziendale, per una pmi, non è un reparto separato dalla vita dell’impresa. Coincide con la possibilità di pagare fornitori e stipendi, affrontare investimenti, gestire il rapporto con il fisco, contenere gli imprevisti. Per questo l’idea di affidare a un algoritmo una decisione che riguarda flussi di cassa o scelte bancarie continua a generare diffidenza.

La ricerca di Qonto mostra che il modello tradizionale resta dominante. Il 46% delle imprese gestisce le proprie finanze tramite una banca tradizionale, mentre solo il 21% utilizza una neobank. La scelta degli strumenti finanziari avviene prima di tutto su criteri molto pratici: il 60% indica come primo fattore costi e commissioni basse, il 42% la qualità dell’assistenza e il 35% la facilità d’uso.

Sono percentuali che spiegano bene il nodo della fiducia. Il prezzo conta, ma non basta. L’assistenza resta il secondo criterio di scelta, davanti anche alla semplicità della piattaforma. In altre parole, l’impresa cerca strumenti efficienti, ma vuole sapere che dietro l’interfaccia esiste una persona in grado di intervenire quando il problema diventa complesso.

Accanto alle banche, continua ad avere un peso rilevante il ruolo del commercialista, scelto dal 25% degli intervistati, e dei software di contabilità, usati dal 18%. C’è poi un 11% che lavora ancora con strumenti manuali come Excel o carta. Anche questo dato segnala una trasformazione incompleta: convivono modelli avanzati e pratiche tradizionali, senza una sostituzione lineare.

Il divario generazionale esiste, ma non spiega tutto

L’età degli imprenditori continua a incidere sull’adozione dell’AI. Tra i 18 e i 34 anni il 69,8% usa strumenti di intelligenza artificiale. Tra gli over 55 la quota scende al 37,5%. Ancora più netto è il rifiuto dichiarato: il 42,6% degli over 55 afferma di non avere alcuna intenzione di adottarla. L’uso quotidiano cala progressivamente con l’età, disegnando una frattura generazionale visibile.

Questo però non basta a spiegare le differenze più rilevanti. La ricerca suggerisce che l’età dell’imprenditore conta, ma va letta insieme alla struttura dell’impresa. Un’azienda più matura, anche se guidata da profili meno giovani, può mostrare una maggiore disponibilità a integrare strumenti digitali se ha processi più ordinati, obiettivi più chiari e una base economica più solida. Viceversa, una startup guidata da un imprenditore giovane può restare prudente se lavora in condizioni di maggiore incertezza.

È il motivo per cui il dato sulla maturità aziendale appare più utile del solo criterio anagrafico. L’innovazione non procede soltanto per età, ma per capacità organizzativa di assorbirla.

Un clima economico che frena le scelte

Il rapporto tra pmi, AI e servizi finanziari si inserisce in un contesto economico percepito come difficile. Il 52,4% delle pmi e dei freelance italiani considera l’Italia meno competitiva rispetto agli altri Paesi europei. Quasi il 60% afferma di non avere riscontrato benefici concreti dal Pnrr. Anche la fiducia nel medio periodo resta moderata: l’ottimismo a tre anni si ferma a 5,66 su 10 e solo il 37,6% del campione esprime una valutazione superiore a 7.

In un quadro simile, la cautela verso strumenti nuovi diventa ancora più comprensibile. Se il contesto viene percepito come fragile, le imprese tendono a privilegiare soluzioni che danno un senso di presidio, continuità e interlocuzione diretta. La fiducia nella tecnologia, in altre parole, non dipende solo dalle sue prestazioni. Dipende anche dallo scenario in cui quella tecnologia viene introdotta.

I più giovani vedono più problemi, ma crescono di più

Uno dei dati più interessanti della ricerca riguarda proprio i più giovani. Gli imprenditori tra 18 e 34 anni sono la fascia più critica sul clima macroeconomico: il 47% lo giudica sfavorevole. Eppure sono anche quelli che dichiarano i risultati migliori sul piano aziendale. Il 26% segnala un miglioramento dell’attività nell’ultimo anno, contro il 10% degli over 55.

Questa apparente contraddizione dice che pessimismo sul sistema e dinamismo d’impresa possono convivere. I più giovani sembrano meno indulgenti nel giudizio sul contesto italiano, ma più pronti a cercare margini di crescita dentro uno scenario difficile. L’uso più frequente dell’AI rientra probabilmente in questa attitudine: non un atto di fiducia cieca, ma un tentativo di guadagnare efficienza dove possibile.

Costi, efficienza e mercato interno

Guardando alle priorità per il 2026, il 36% delle imprese indica come obiettivo principale la riduzione dei costi e l’ottimizzazione dei processi. Il 34% punta alla crescita dei ricavi. La pressione sull’efficienza supera quindi, anche se di poco, la spinta espansiva. È un’altra conferma del fatto che la digitalizzazione viene cercata soprattutto come strumento di contenimento e razionalizzazione, prima ancora che come motore di trasformazione strategica.

Il mercato di riferimento resta in larga parte domestico. Il 63% delle realtà intervistate opera esclusivamente in Italia e solo il 9% ha piani concreti di espansione internazionale. Questo radicamento sul mercato interno riduce in parte l’urgenza di adottare soluzioni più sofisticate, soprattutto per chi non percepisce una competizione diretta con operatori esteri più avanzati sul piano digitale.

Anche sul lavoro prevale la prudenza. Negli ultimi sei mesi il carico operativo è rimasto stabile per il 53,5% delle imprese, mentre il 24% segnala un aumento. Il 56% non prevede nuove assunzioni. Tra chi incontra difficoltà nel recruiting, il principale ostacolo è il costo del lavoro, indicato dal 35%, seguito dalla carenza di competenze adeguate, al 22%. In questo scenario, l’AI può apparire come una risposta parziale alla pressione sui costi, ma non ancora come una soluzione abbastanza affidabile da entrare nel perimetro delle decisioni più sensibili.

La sfida non è introdurre l’AI, ma renderla credibile

Lorenzo Pireddu

“La ricerca evidenzia come l’adozione delle tecnologie digitali nelle PMI italiane sia sempre più una questione di equilibrio tra innovazione e fiducia”, commenta Lorenzo Pireddu, managing director Sud Europa di Qonto. “Le imprese più mature mostrano una maggiore capacità di integrare l’intelligenza artificiale nei processi decisionali, mentre resta centrale il bisogno di strumenti semplici, trasparenti e affiancati da un supporto umano. La sfida è rendere la tecnologia un fattore abilitante concreto per la crescita e l’efficienza. Nel complesso, l’ecosistema delle piccole e medie aziende italiane è caratterizzato da una trasformazione digitale che procede a velocità differenziata, dove le imprese più strutturate accelerano su AI e modelli finanziari evoluti, mentre il fattore fiducia continua a rappresentare il vero discrimine nell’adozione delle nuove tecnologie”.

Il punto, allora, non è stabilire se l’intelligenza artificiale entrerà o no nella finanza delle pmi. Sta già entrando. Il nodo è un altro: capire a quali condizioni gli imprenditori saranno disposti a considerarla affidabile. Oggi la risposta passa ancora da trasparenza, controllo e presenza umana. Finché questi tre elementi non saranno percepiti come garantiti, la tecnologia continuerà a essere usata come supporto, ma difficilmente otterrà il permesso di decidere.

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